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Metodo Linehan e Benjamin

Terapia dialettico-comportamentale e Psicoterapia Ricostruttiva Interpersonale

Marsha M.  Linehan (Università di Washington e Direttore del Suicidal Behaviors Research Clinic) e Lorna Smith Benjamin (Neuropsychiatric Institute, Università dello Utah) hanno messo a punto due strategie e tecniche clinicamente dimostrate efficaci nella cura dei Disturbi Gravi della Personalità.  

La Linehan, in particolare, ha messo a punto la cosiddetta (TDC) “Psicoterapia dialettico-comportamentale” rivolta al trattamento dei pazienti borderline, mentre la Smith Benjamin  la IRT, “Terapia Ricostruttiva Interpersonale, rivolta a tutti i pazienti/clienti che presentano gravi disturbi della personalità che  non rispondono alle altre terapie psicologiche e mediche. Le due strategie e tecniche appaiono, dall’evidenza clinica e dalla vasta letteratura, efficaci nel trattamento dei disturbi gravi della personalità.

 Il modello teorico proposto da Marsha Linehan ruota intorno al tema centrale del sistema di disregolazione emotiva.  Nella TDC ciascun obiettivo è costituito da una categoria di comportamento che si riferiscono a un tema specifico, ad una determinata area di funzionamento: la scelta degli obiettivi è, dunque, determinata da una valutazione comportamentale complessiva. Fine della TDC è rappresentato dallo sviluppo, nel borderline, di pattern comportamentali di tipo dialettico, quindi modificare e acquisire condotte e risposte equilibrate e integrate rispetto alle condotte estreme (immaginiamo i comportamenti suicidari e parasuicidari). Gli interventi sono strutturati intervenendo prima nella modifica dialettica dei comportamenti più gravi, auto ed eterolesivi, fino all’intervento sui comportamenti meno rischiosi per la vita del paziente ma invalidanti le relazioni e il lavoro. Il terapeuta dialettico-comportamentale aiuta il paziente a identificare i propri modelli di pensiero e di comportamento estremi o assoluti con tipologie di pensiero e comportamento dialettico (equlibrato).

L. Smith Benjamin mette a punto la TRI (“Psicoterapia Ricostruttiva Interpersonale”). Parte dalla posizione che per vivere bene è necessario relazionarsi alle persone e che le nostre relazioni e i nostri modi di comportarci sono il risultato delle   relazioni avute durante i nostri primi anni di vita e dall’interiorizzazione delle Figure Importanti  (IPIR, Rappresentazini interiorizzate delle Figure Importanti). Più distruttive sono state le relazioni  nei primi anni di vita più l’intervento dovrà essere ricostruttivo. La persona, dunque, che ha attraversato esperienze traumatiche avrà  una ripetitività che la caratterizzerà per tutta la vita. Le strategie presentate dalla TRI fanno uso delle più recenti acquisizioni scientifiche in campo di apprendimento, mantengono una ricca prospettiva psicodinamica  e cognitiva, integrando tutti gli approcci. Alla base della TRI ci sono l’apprendimento e il riconoscimento dei propri modi di  fare, da dove vengono e a cosa servono. Da qui è possibile decidere di mettere in atto nuovi modi di fare e scegliere comportamenti meno disfunzionali ed equilibrati. Nella teoria della TRI i processi di copia sono alla base della comprensione delle tendenze problematiche. Quello che facciamo da adulti copia i modi di fare appresi da nostra madre, nostro padre o da altre persone importanti della nostra vita. Rispetto a questo la Benjamin parla chiaramente di processi di copia, cioè di modalità con le quali riproponiamo nel presente quello che abbiamo appreso in passato dalle relazioni avute con le persone importanti. I processi di copia sono tre: comportarsi come se fossimo lui o lei (identificazione); trattarsi come si veniva trattati (introiezione); comportarsi come se lui o lei fossero presenti e avessero il controllo (ricapitolazione). Le fasi in cui si struttura la TRI sono, dunque: 1. Collaborazione; 2. Apprendere i modi di fare disfunzionali; 3. Bloccare i modi di fare disfunzionali; 4. Promuovere la volontà di cambiare; 5. Apprendere nuovi modi di fare.